Thursday

www.myspace.com/thursday

Provenienza:
New Brunswick, New Jersey, U.S.A.

Line-up:
Geoff Rickly (voce)
Tom Keeley (chitarra)
Steve Pedulla (chitarra)
Tim Payne (basso)
Tucker Rule (batteria)
Andrew Everding (tastiere, sintetizzatore)

La band, tra le progenitrici del corrente movimento “emo”, è sempre rimasta dalle vedute molto larghe ed è stata definita dalla critica tra l’emo, lo screamo, ed il post hardcore, ma negli ultimi album aveva un po’ perso le sue sonorità originali per fare posto a nuove influenze pop.

Nel loro ultimo lavoro i Thursday sembrano invece quasi cercare di riassaporare la gloria assaggiata negli anni passati ripresentando versioni demo e missaggi alternativi di vecchie canzoni, live ed inediti.La band si caratterizza per i suoi ritmi duri che si evolvono in momenti solenni che raggiungono il loro compimento nei ritornelli melodici.

I brani sembrano sofferti, con rari momenti urlati e più parti sospirate, intense, malinconiche, incredibilmente d’atmosfera con melodie di una bellezza ormai rara in un genere ormai rigonfio di band che danno l’impressione di essere tutte uguali.

Il cantante, Geoff Rickly, interpreta le liriche con grande maestria riuscendo a trasmettere forti emozioni anche ad un ascoltatore casuale; non per nulla c’è chi la definisce la grande qualità dei Thursday quella di riuscire a trasmettere sensazioni così tristi e d’impatto “emozionale”.

Anberlin

www.myspace.com/anberlin

Provenienza:
Orlando, Florida, U.S.A.

Line-up:
Stephen Christian (voce)
Joseph Milligan (chitarra)
Nathan Strayer (chitarra)
Deon Rexroat (basso)
Nathan Young (batteria)

Gli Anberlin sono uno dei gruppi di punta dell’etichetta Americana Tooth & Nail Records, una delle più importanti in questo panorama.

Con più di 100.000 copie vendute e un tour americano invidiabile, il quintetto si rivela una delle band più famose e conosciute in America e non solo.

Nel loro nuovo disco, Cities (2007), lo sforzo riposto in fase di registrazione, masterizzazione e produzione è risultato imponente. La potenza e l’impatto dei suoni risultano davvero sconvolgenti.

Non mancano le incursioni elettroniche, potenti schitarrate sapientemente usate sia in fase di accompagnamento che nei numerosi assoli, ed una batteria dai ritmi serrati che rende il tutto ancora più diretto con ritornelli che rimangono subito impressi e risultano sempre orecchiabili.

La band ha inoltre una particolare capacità nella produzione di canzoni acustiche, che esprimono il loro lato più emozionale e che danno il giusto equilibrio al loro stampo musicale che altrimenti risulterebbe troppo vigoroso ed esuberante.

Chiodos



www.myspace.com/chiodos

Provenienza:
Davison, Michigan, U.S.A.

Line-up:
Craigery Owens (voce)
Bradley Bell (tastiere)
Jason Hale (chitarra)
Pat McManaman (chitarra)
Matt Goddard (basso)
Derrick Frost (batteria)

Il sestetto americano mostra una certa propensione alla sperimentazione, senza però allontanarsi eccessivamente da alcuni schemi tipici del pop punk.

Nell’ultimo album, però, la band si presenta con un lavoro molto più articolato: a tre anni di distanza da loro esordio, il suono della band si è notevolmente evoluto, tanto da essere difficilmente classificabile.

A dominare la scena è l’eclettica voce di Craig Owens, che riesce a stupire soprattutto per la sua capacità di raggiungere tonalità molto acute. La copertina del loro ultimo album Bone Palace Ballet (distribuzione Equalvision Records, 2007) sembra quasi un remake del film “La Sposa Cadavere” di Tim Burton, ed infatti i riferimenti macabri in esso presenti sono numerosi. A livello lirico prevale un’atmosfera misteriosa, venata di conflitti e incertezze: i temi maggiormente chiamati in causa sono quelli dell’amore contrastato, dell’ineluttabilità del tempo, del sogno come antidoto alla durezza della realtà.

I testi dei Chiodos mostrano da subito una certa affinità con le sonorità del metal gotico, mentre le tastiere, insieme alla voce di Owens costituiscono la componente melodica delle canzoni.

Nell’ album, si possono anche ascoltare le cosiddette ballate emo in cui prevalgono tastiere e archi, con chitarre e batteria che irrompono solamente in chiusura.

Inoltre, la varietà di toni è davvero considerevole: alle atmosfere cupe e profonde, seguono quelle malinconiche, per poi passare ai toni onirici e ai suoni distorti.

In questo groviglio di suoni e toni diversi, i Chiodos, con grande abilità, riescono ugualmente a dare senso alle proprie canzoni, e i ritornelli, resi vivaci dal ritmo cadenzato delle chitarre e dalla voce a scatti, si rivelano essere sempre orecchiabili.

Saosin

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Provenienza:
Newport Beach, California, U.S.A.

Line-up:
Cove Reber (vocals)
Beau Burchell (chitarra)
Justin Shekoski (chitarra)
Chris Sorenson (basso)
Alex Rodriguez (batteria)

Dopo un lungo debutto, e un’altrettanta sudata gavetta, i Saosin sono riusciti a dimostrare di essersi assolutamente meritati il successo ottenuto in patria e di aver perfettamente superato i problemi passati come il cambio del loro frontman e cantante Anthony Green, sostituito con successo da Cove Reber.

La cosa che però meglio riesce ai Saosin, e che costituisce il loro punto di forza, è la capacità di far fuoriuscire dal suono delle chitarre melodie uniche e mai banali, di quelle che una volta sentite non si dimenticano più. Il tutto è quindi unito ad una sezione ritmica incisiva, abile nel dare quel tocco di aggressività alle composizioni rendendole più vive e più luminose, sinonimo dunque di un livello di tecnica davvero elevato ed osservabile nel lavoro di tutti i musicisti in questione.

Il loro omonimo ed unico album del 2006, distribuito Capitol Records, è caratterizzato da un’ atmosfera dolce e sognante alternata con moderazione anche a momenti più rabbiosi, seppur sempre accompagnati da una certa vena malinconica.

E’ soprattutto il lavoro del cantante a conferire a tutti i brani quel valore aggiunto che li eleva ulteriormente, visto che l’ultimo arrivato si è reso autore di una prova coi fiocchi, in ottima sintonia con la musica suonata dal resto della band ma soprattutto forte di un’ottima interpretazione dei testi, dolci e romantici come sempre.

Cove Reber riesce a stupire e sorprendere tutti con la sua voce, pulita nella maggiore parte dei pezzi ma pronta a sporcarsi nei momenti più ruvidi, e comunque abile a raggiungere anche tonalità più alte.

Underoath

www.myspace.com/underoath

Provenienza:

Tampa, Florida, U.S.A.

Line-up:
Spencer Chamberlain (voce)
Aaron Gillespie (batteria, voce)
Tim McTague (chitarra)
James Smith (chitarra)
Grant Brandell (basso)
Chris Dudley (tastiera)

Otto anni di carriera. Otto anni in cui gli Underoath hanno saputo, con passione e dedizione, individuare una propria strada nell’affollatissimo panorama screamo-pop mondiale, assumendo sempre più un ruolo di massimo rilievo, giustamente ripagato dal successo internazionale di “They’re Only Chasing Safety”.
Proprio in seguito all’acquisizione di fama mondiale erano in molti ad avere dei dubbi sulla capacità della formazione di emozionare nuovamente, di stupire.

Dopo aver ascoltato anche questa loro ultima fatica, “Define The Great Line”, si può però affermare con sicurezza che non c’era nulla di più errato in quelle preoccupazioni. “Define The Great Line” rappresenta l’ennesimo cambio di direzione, l’ennesima variazione stilistica intrapresa dalla band, la quale abbandona le melodie più orecchiabili e pop del disco precedente per dedicarsi a sfuriate metalliche di sottofondo ad un misto di melodie ed urla che accentuano maggiormente l’aggressività delle nuove composizioni.
Le chitarre maneggiate dal duo Smith/McTague vengono violentate, maltrattate, ed impartiscono alla canzone un ritmo ed un incedere al limite della schizofrenia. Grande spazio è dato anche alle parti strumentali coadiuvate da quella componente elettronica che è ormai caratteristica del suono del sestetto americano e che rende ancor più cupe e sofferenti le atmosfere.

Ad aggiungere ulteriore valore al disco ci pensa poi la grandissima prestazione del cantante Spencer Chamberlain, aiutato nelle parti melodiche dal batterista Aaron Gillespie. La sua è una voce acida, aggressiva, emozionale, che a tratti si culla in dolci melodie per poi stordire e frastornare con urla strazianti, le urla di un’ anima solitaria alla ricerca della speranza e della pace interiore in attesa del proprio destino.